Il vino fa ancora notizia? Sì, a due condizioni. Che si mettano da parte i tecnicismi (interessano solo ai wine lovers, stimati nel 2-3% dell’audience globale di un giornale, carta oppure on line che sia) e si scavi nelle storie, trovando le notizie vere. Esistono, eccome. Secondo. Ci dev’essere un contenuto umano nella comunicazione. Non basta l’informazione banale, del tipo: “Mio nonno produceva vino, mio padre l’ha messo in bottiglia, io sono attento ai cru“. Se si trova la notizia (e talvolta neanche i protagonisti la vedono, serve un occhio esterno, ma questo è il mestiere del giornalista) la potenza narrativa del vino resta intatta, perfino in un contesto come l’attuale che volentieri accende una luce negativa sulla bottiglia a motivo dell’alcol. Ci dev’essere attenzione a non spartire il mondo: tutto il bene di qua e il male di là. Parole e musica di Luciano Ferraro, 62 anni, vicedirettotre del Corriere della Sera, che ha elencato una serie di autentiche notizie enologiche che hanno attratto l’attenzione. Di tutti. Esperti e non. E dopo ne racconteremo alcune.

Secondo interrogativo. Due mercati maturi, come spiegano gli economisti, come l’editoria e il vino (diciamolo pure, in crisi di sovrabbondanza: è stimato nel 30% il vino italiano che resta in Cantina con questi chiari di luna) possono avere un futuro? C’è un orizzonte da inseguire? Sì, se si cambiano gli occhiali con cui guardare il mondo. E quindi se si cambia il modo di scrivere. Il principale è smettere di parlare solo di volumi e fatturato e pensare alla profondità e all’umanità. È la strada che indica Andrea Faltracco, cinquantenne amministratore delegato del gruppo Athesis, oltre 31 milioni di fatturato, 1 e mezzo di utile, 125 dipendenti, nove testate in due regioni fra giornali (Vicenza, Verona, Brescia e Mantova), radio e televisioni.

Sono loro i protagonisti di una delle due sessioni di un convegno (assieme a Jeff Porter) organizzato da Studio Cru nella sede di via Vecchia Ferriera a Vicenza. Intervistati da Michele Bertuzzo, titolare dello studio vicentino, una realtà di prima grandezza nel campo delle public relations in Italia con 15 dipendenti, hanno messo da parte il breviario e i luoghi comuni e hanno interpretato, con sincerità e senza infingimenti, il ruolo di scrutatori del futuro come fossero Billy Budd, il gabbiere di parrocchetto di Melville. (Ma senza subire la sua fine).

Ferraro, che ha imparato da Gino Veronelli che dietro ogni vignaiolo c’è una storia da raccontare, ne ha enumerate parecchie. La Cantina Capaldo che ha riportato il vino a Pompei: sì, proprio Pompei: un cambiamento epocale come fu il concerto dei Pink Floyd nel teatro tenuto nel 1972. Cambiamento generazionale: la Cantina Pasqua ha investito molto sui social. Risultato: 42 milioni di fatturato e +6% nei bilanci. Ca’ du Ferrà di La Spezia: uno dei due soci maschi, sposati, è stato aggredito da violenti omofobi. Invece di dimostrazioni, contro l’omertà hanno creato il vino “Zero tolleranza”. Arnaldo Caprai, recentemente scomparso, padre del sagrantino di Montefalco, in accordo con la Caritas ha assunto via via 50 profughi, e oltre il lavoro ha garantito loro i mutui per costruirsi una casa. È stato premiato dall’Onu e dal Presidente Mattarella. La storia di Augusta Bargilli, che ha voluto riprendere a produrre i vini come suo bisnonno, in modo “artistico” è diventata un film di Paolo Virzì con Valerio Mastandrea. Lebron James è una star del basket Nba americano, ma anche un appassionato di vino francese e italiano: le sue degustazioni sono da 30mila euro l’una. Una sua foto su Instagram con un Montepulciano d’Abruzzo di Emidio Pepe è diventata talmente virale da promuovere la fortuna della Cantina.

Infine, se è obbligatorio, ormai, parlare di sostenibilità (“ma con chiavi diverse” ha insistito Ferraro) si deve avere la stessa attenzione per la tecnologia. Come ha fatto Conterno, specializzato in Barolo, il cui robottino in vigna è diventato un mito. Insomma, le storie vere ci sono, giornalisticamente parlando.
Questa è la salvezza anche dei media. Parola di Faltracco che – spiega – invita i giornalisti ad andare olte alla notizia, ma puntare alla profondità del servizio, a “scoprire cosa c’è dietro”. “Si deve raccontare il senso delle cose non solo la notizia in sè. Basta vedere Trump che ha disintermediato tutto. Le notizie sono diventate una commodity, non devi più andarle a cercare, sono loro che ti raggiungono. Ecco perché si deve aumentare la qualità dei media. Perché siamo in un contesto di informazione gratuita, non verificata, manipolabile. Ma queste verifiche qualcuno le dovrà pure fare, se no il sistema collassa”

Prosegue: “Le testate sono davvero un presidio per la democrazia. L’editoria non è più un quarto potere (con buona pace di Orson Welles e del celebre “è la stampa, bellezza”, ndr.) ma un banco di prova per tutti i players”. Da qui l’invito a “pensare non solo a volumi e fatturato ma a profondità e umanità”.
Riguardo ai libri (Athesis controlla anche la storica editrice Neri Pozza, fondata da quel personaggio che era un burbero di prima grandezza, edizioni che tra poco compiono ottant’anni) la situazione è ancora più delicata. Un libro dura un mese e mezzo, con il 25% degli italiani che non legge un libro all’anno, il 10% che sfoglia un libro al mese e, soprattutto, quasi il 50% dei lettori che sono saltuari, mentre l’e-book è fermo al 3 per cento di vendite. I premi fanno piacere, e ci mancherebbe (Neri Pozza ha vinto l’anno scorso il Campiello e quattro anni fa lo Strega), ma un riconoscimento porta ai bilanci più rischi che opportunità, perché dopo l’exploit, l’anno successivo ci si deve confrontare con vette non più raggiungibili. “Stiamo subendo una cura dimagrante – spiega Faltracco – per la quantità di titoli proposti in Italia, ma è comprensibile. Morale: il libro va seguito di più, con azioni di marketing ma soprattutto coinvolgendo i lettori e creando delle comunità di lettori. È questa la strada che stiamo praticando”.
Antonio Di Lorenzo