Paolo Di Lorenzo, vicentino e giornalista di “Sorrisi e canzoni tv”, celebre settimanale di spettacolo diretto da Aldo Vitali, è stato inviato a Los Angeles, precisamente agli studi della Warner di Burbank per intervistare la star del momento, Noah Wyle che sta interpretando “The Pitt” in onda su Hbo. Ripubblichiamo l’intervista di “Sorrisi” dalla quale emerge un Wyle profondo e consapevole della situazione sociale americana, ma comune a gran parte del mondo.
Mentre attori e troupe si godono la pausa pranzo, lui è ancora sul set. Rivede il copione della prossima scena da girare, discute coi produttori esecutivi, R. Scott Gemmill e John Wells. Si impegna come se fosse al suo esordio. Ma Noah Wyle, 54 anni, sposato con Sara Wells, storico dottor Carter nella serie “E.R. – Medici in prima linea”, lavora a Hollywood da trent’anni. E oggi è la star di “The Pitt”, la fiction del momento in onda su Hbo Max.

Lo abbiamo incontrato ai Warner Bros. Studios di Burbank, in California, i mitici teatri di posa dove sono stati realizzati film come “Casablanca” e “The Matrix” e dove oggi si gira, a ritmi serrati, la serie medica che ha trionfato agli Emmy Awards.
Noah, “E.R.” e “The Pitt” sono entrambe ambientate in un ospedale. Era un paragone che la infastidiva, all’inizio?
«È chiaro che le due serie sono molto legate: hanno gli stessi produttori e ci sono io tra i protagonisti. Ma sin dal principio “The Pitt” ci è sembrato qualcosa di completamente diverso».
In che senso?
«Parla di un mondo molto lontano da quello che abbiamo raccontato in “E.R.”. Basti pensare all’impatto della pandemia, di come abbia segnato le nostre vite».
Ha avuto esitazioni nel tornare a interpretare un medico dopo essere stato per anni il dottor Carter?
«La parte del dottor Michael “Robby” Robinavitch in “The Pitt” non mi è stata offerta. Sono io che ho avvicinato i produttori Gemmill e Wells per raccontare i cambiamenti che ha attraversato il sistema sanitario. Era il 2020, ci avvicinavamo al 30° anniversaridal debutto di “E.R.”».
E perché non riportare in tv quei mitici personaggi con una continuazione?
«Volevamo raccontare una storia nuova e che non andasse a intaccare l’eredità di una serie importante come “E.R.”. Abbiamo avuto l’opportunità di partire da zero con “The Pitt” e questo ha funzionato meglio, più che tornare con un eventuale revival».

Dalla prima stagione di “E.R.” a “The Pitt” sono passati tre decenni.
«E il sistema sanitario pubblico negli Stati Uniti è in crisi. L’accesso alle cure minime può dipendere dal reddito, dall’età o dal colore della pelle. E tutto questo è profondamente ingiusto. Ecco perché “The Pitt” racconta gli sforzi di un gruppo di dottori, paramedici e infermieri che ogni giorno si ritrovano in prima linea a tutelare gli interessi dei pazienti più bisognosi».
In che modo gli spettatori italiani possono immedesimarsi nel racconto di “The Pitt”?
«I sistemi sanitari di tutto il mondo stanno vivendo le stesse difficoltà: mancanza di personale, professionisti sovraccarichi di lavoro, liste d’attesa eterne… Non esprimiamo un giudizio, ma raccontiamo la situazione così com’è partendo da fatti di cronaca e vicende accadute realmente».
Come spiegherebbe “The Pitt” a uno spettatore che non ha ancora visto la serie?
«La premessa è molto semplice. Raccontiamo, nell’arco di una stagione, un turno da 15 ore nel pronto soccorso dell’immaginario Pittsburgh Trauma
Medical Hospital, un ospedale che si ispira all’Allegheny General Hospital, che invece esiste veramente. Ogni episodio scandisce un’ora di ciò che accade all’interno di questo turno».
Lei è anche produttore esecutivo della serie. Come si spiega tutto questo successo?
«Mostriamo un’America, quella di oggi, che è molto divisa. Ma che si batte per non perdere la propria umanità di fronte ai momenti più difficili».
In che cosa “The Pitt” si differenzia dalle altre fiction mediche?
«La pressione alla quale sono sottoposti medici e infermieri è il perno emotivo della nostra serie. Malgrado tutto lo stress che li travolge, ciascuno di loro dà il massimo pur lavorando in circostanze che spesso giocano a sfavore. È una vocazione nel nome del paziente. Ma le crepe di questo sistema hanno un costo molto alto e quel prezzo è sistematicamente pagato, in termini di salute fisica e mentale, proprio da chi lavora negli ospedali».

Con “The Pitt” lei è tornato in video dopo un decennio in cui l’abbiamo vista poco sullo schermo. Se lo aspettava?
«Hollywood è un luogo molto strano, ma conosco bene le sue regole visto che ci lavoro da trent’anni. Sono originario di Los Angeles e il mio patrigno era un produttore cinematografico. Le sorti di casa nostra dipendevano ogni anno dall’andamento al botteghino dei film che produceva. E così è andata anche per me, ci sono stati periodi in cui ho lavorato meno. Chi fa questo lavoro sa che ci sono anche i momenti di vacche magre, e per questo non bisogna scoraggiarsi: direi che lottare è nel mio Dna. Mai avrei pensato di tornare a capitanare una serie dopo tre decenni e sono profondamente grato di questo».
George Clooney, suo amico dai tempi di “E.R.” in cui interpretava il dottor Ross, ha elogiato “The
Pitt” e ha detto che prenderebbe parte volentieri alla serie. Ci state pensando?
«Le parole di George mi hanno lusingato. All’inizio della nostra avventura con “The Pitt” volevamo evitare
di scritturare attori noti che potessero distrarre il pubblico con la loro fama. Non abbiamo in mente di far indossare di nuovo il camice a George, ma mai
dire mai».
Siamo arrivati alla seconda stagione e ce ne sarà anche una terza. Quanto a lungo potrebbe continuare “The Pitt”?
«Ne parliamo tutti i giorni con gli altri produttori. C’è chi spera per vent’anni, io vorrei qualcuno di meno (ride). La verità è che andremo avanti finché il pubblico continuerà a seguirci».
Dopo trent’anni le piace ancora questo lavoro?
«Tantissimo. Mi sono impegnato per continuare a migliorarmi: oggi posso recitare in qualsiasi situazione. Mi sento un po’ come i pianisti quando imparano a suonare senza guardare le mani. Una volta che arrivi a quel punto, è lì che inizia il vero divertimento».
Paolo Di Lorenzo