
E se, come nel film “Una notte al museo”, il coccodrillo appena tornato a Santa Corona si risvegliasse di notte e si mettesse ad andare in giro per stanze e corridoi? Provateci a restare una notte al buio, a dormire in sacco a pelo con squali disegnati alle pareti, una maxi palma che chissà quali animali nasconde, lo scheletro di un “cocco” da due metri che vi annusa. Neanche mister Crocodile Dundee vi sarà d’aiuto, nemmeno Ben Stiller con la torcia basterà a fugare l’ansia, e figuriamoci se il presidente Roosevelt, il povero, tenero e immenso Robin Williams, vi potrà cavare dai guai sfoderando una sciabola a cavallo.

La storia del coccodrillo del museo archeologico e naturalistico è naturalmente curiosa. È un calco, l’ha restaurato Paolo Reggiani, ha 40 milioni di anni (il rettile, non il restauratore) e giunge da Bolca. Scoperto e studiato da Paolo Lioy nel 1865, è finito al museo civico, come sono finiti molti altri loricati scoperti attorno a Vicenza. Perché questo, che era un mare tropicale, abbondava di mostri. Specie coccodrilli fino a 11-15 metri. Il signor Barettoni scoprì nel 1838 un fossile dalle parti di Lonigo e compose subito una poesia intitolandola “Sopra un teschio di un coccodrillo fossile”. Quando Giacomo Zanella, trent’anni dopo, scriverà “Sopra un conchiglia fossile” provò lo stesso trasporto.

Ma il coccodrillo più simpatico a Vicenza è quello rosso che peregrina da quasi vent’anni per la città: prima davanti alla stazione, poi in viale Milano, ma il sindaco Hüllweck lo tolse dall’aiuola perché non gli piaceva. Il successore Variati, con Cicero che gli soffiava nell’orecchio, lo rimise al suo posto. L’aveva regalato alla città Pino Bisazza, industriale con la passione per l’arte, in questo caso la cracking art, a ricordo di una mostra riuscita assai bene. Variati sentenziò: “Un simbolo di progresso ci sta bene in un posto, l’incrocio di viale Milano, che è stato simbolo di progresso per la città”. Aveva ragione.
Però il coccodrillo rosso oggi non c’è più nell’aiuola: l’ultima volta che s’è visto era all’ex centrale del latte per significare anche lì un nuovo inizio. Speriamo bene. A Vicenza il problema non sono mai stati gli inizi, ma le conclusioni delle idee. Chissà che trasformarsi da città del gatto a città del coccodrillo porti bene. Intanto diamogli un nome, come hanno fatto i bambini al caimano arrivato nel 1923 al museo di Montecchio Maggiore: lo hanno chiamato “Romeo, il coccodrillo del museo”. A Vicenza chi trova il nome più azzeccato vince una “Notte al museo” di Santa Corona: vediamo chi ha più coraggio.

Coraggio ne ha sicuramente avuto uno dei discendenti Lioy che, parlando all’inaugurazione al museo, ricordava lo sdegno del suo preside, al Lioy ovviamente, quando gli consegnò la pagella. Leggendo il cognome, lo redarguì: “Se vedesse questi voti, il tuo avo si rivolterebbe nella tomba”. Dopo decenni lo ricorda ancora il povero discendente. I presidi, a volte, possono fare più guai dei coccodrilli. Anche se io credo che il buon vecchio Lioy, che era un tipo spiritoso e tutt’altro che serioso, di fronte a una pagella traballante avrebbe consolato lo studente, non rimproverato.
Antonio Di Lorenzo