La mostra sull’Olimpichetto, meglio definirlo il piccolo Olimpico chè Olimpichetto sembra un vecchio ricordo polveroso trovato in cantina, ha raggiunto quota 40mila visitatori. Saranno 50mila alla fine, il 1° marzo. Per carità, non è il numero che determina la qualità, mi sottraggo subito ai confronti degli ingressi in Basilica delle varie esposizioni, in una città talmente attenta al suo particulare che ha ancora nelle vetrine del centro gli adesivi di mostre d’arte di 12-14 anni fa. Quelle di Marco Goldin, per intenderci. Il fatto è che Vicenza è sempre legata a qualcosa del passato, con l’atteggiamento del laudator temporis acti, vive spesso con la testa voltata indietro, quasi che il futuro sia Belfagor, fonte di paura inconscia.

E allora diciamo che 40mila non sono gi ingressi, bensì le leghe sopra l’indifferenza vicentina in cui ha nuotato questa mostra, il doppio di quelle di Verne, e nel viaggio ha incontrato un solo mostro: la galoppante perdita di memoria della quale è afflitta questa generazione e i cui virus sono diffusi a manciate sotto Monte Berico.
Già, perché questa non era una mostra di altisonanti artisti (passati o contemporanei) come negli anni scorsi, da Leonardo a Sassolino, bensì ha mostrato a tutti un pezzo della nostra anima: quel Piccolo Olimpico, quinta inventata nel 1948, che ha portato l’identità di Vicenza in molti continenti e che nessuno aveva mai visto né toccato con mano a Vicenza.
Le decine di migliaia di persone che sono state calamitate dalla mostra (e magari hanno anche scoperto che a Vicenza esiste una Basilica ancora più stupefacente) sono l’esempio che non tutto è ancora perso. L’identità si può costruire, anche in una città restia ai cambiamenti come Vicenza. E si costruisce, come insegna Freud, partendo dal passato che è dimenticato, sepolto dalla memoria. È una vittoria dell’amministrazione, questa iniziativa, e segnatamente dell’assessora Ilaria Fantin che per il Piccolo Olimpico ha una passione genuina nata in tempi non sospetti. Ed è un passo in avanti per una città più consapevole di se stessa.

Adesso toccherà alla mostra del fotografo Guido Harari, 73 anni, un re dei ritratti, specie dei personaggi musicali. Grande amico di De Andrè, sin dai tempi della tournée con la Pfm nel 1979, ha detto di lui Lou Reed: “Le sue sono immagini musicali, piene di poesia e di sentimento. Le cose che Guido cattura nei suoi ritratti vengono generalmente ignorate dagli altri fotografi”.

Questo è il secondo passaggio necessario a costruire un’identità: dopo aver esplorato se stessi e la memoria, bisogna avere il coraggio di guardare fuori, di confrontarsi con il mondo. Magari anche attraverso una mostra di foto.