Successo, entusiamo, applausi, divertimento, scienza, conoscenza. L’aggettivo elogiativo vicino a ogni sostantivo mettelo voi: il risultato è stato comunque di alto livello. Nel frullatore di ieri sersa al Comunale c’erano tutti questi ingredienti. Stefano Mancuso, il professore, e Giovanni Storti, l’attore che impersonifica tutti noi, nella loro pièce teatrale “Lunga vita agli alberi” hanno esplorato – con molta ironia e autoironia – un pezzo di mondo che noi, ahimè, spesso sottovalutiamo. Un albero, cosa vuoi che sia un alberello? Che ci sia o non ci sia è lo stesso. Mica che sono anti-ecologico, ma alberi ce ne sono tanti in montagna, qui vicino. Questo posso sacrificarlo: e al suo posto posso costruirci un campo di padel che mi fa divertire di più.

Il risultato, come ricorda spesso Mancuso, è questo: in 12mila anni (tempo in cui i sapiens sono riusciti a far sentire il loro peso nel mondo, pur vivendoci da 300mila anni) l’uomo ha dimezzato il numero di alberi, passati da 6000 a 3000 miliardi, di cui 2000 miliardi abbattuti negli ultimi due secoli.
Che fare? Ripiantarli. L’azione è necessaria per mitigare il dsastro climatico e guadagnare tempo prezioso (60-70 anni). L’obittivo per l’Italia è piantare 2 miliardi di alberi. L’impegno non richiede tecnologie complesse o spazi impossibili: basterebbe utiizzare le terre abbandonate dall’agricoltura.
Tutto diventa possibile se eliminiamo la nostra visione antropocentrica e assumiamo il punto di vista delle piante, che rappresentano l’88% della vita su pianeta, mentre l’uomo pesa per lo 0,01 per cento. A voler mettere tutti gli uomini assieme, ci si riuscirebbe immagazzinandoli in un cubo di 800 metri di lato. Le piante vivono benissimo senza di noi, ma non è vero il contrario. E poi è bello scoprire, grazie a uno spettacolo abilmente costruito da Arturo Brachetti, grande artista che è anche il regista di tutti gli spettacoli di Aldo, Giovanni e Giacomo, come le piante comunicano fra loro, come le piante comunicano fra di loro e come riescono a fermare, grazie a una droga che producono, anche gli animali che le danneggiano, come le gazzelle.

Lo spettacolo teatrale ha funzionato perché non ha giocato sull’intuibile (e un po’ banale) schema del dotto e dell’ignorante, il sapiente e il clown, con una lezione da imparare tra i lazzi carnevaleschi. C’è stato molto equilibrio tra i due protagonisti, misurati, sì, ma anche simpatici. Il dialogo è diventato schietto, simpatico ma anche profondo, nessuno dei due ha prevaricato. Non è poco.
È stato, insomma, un grande regalo quello del Gruppo Zambon a Vicenza con il duo Storti – Mancuso, nell’ambito delle celebrazioni per i 120 anni dalla fondazione: iniziativa talmente di successo che lo spettacolo è stato replicato nello stesso giorno. Conclusione: duemila persone che, avessero potuto, sarebbero rimaste anche per un’altra replica. Come ha spiegato all’inizio Elena Zambon, presidente del gruppo da 843 milioni di fatturato e 2400 collaboratori (come loro tengono a definirli) a un’azienda per crescere e durare servono fari, punti di riferimento. Al Comunale ai sapiens presenti lo spettacolo di Mancuso e Storti ne ha dati parecchi. Ragioniamoci sopra.
Antonio Di Lorenzo