Chi c’è nella tomba di San Marco in Basilica a Venezia? Il dubbio non è di poco conto. Perché, secondo la leggenda, assieme al santo patrono, nella tomba è ospitato anche un illustre personaggio storico, nientemeno che Alessandro il Grande. È questa la premessa del romanzo “L’intruso veneziano” di Giuseppe de Concini, che sarà presentato venerdì 27 a Vicenza da Valentina Traverso nella libreria di famiglia in corso Palladio. Il volume è edito dal gruppo Albatros ed è un thriller tutto veneziano, le cui molte pagine valgono la lettura, perché il volume è avvincente, è strutturato in diversi piani narrativi, scritto con mano sicura (del resto l’autore ha alle spalle vari romanzi ed è stato anche editore) ricco di azione e colpi di scena.

La storia, con la premessa di cui sopra, segue Olmo Sibbert, un cacciatore di libri antichi coinvolto in un pericoloso intrigo legato a pergamene bizantine e misteri storici ambientati a Venezia, intrecciando tensione narrativa e riflessioni filosofiche. Sibbert cerca pergamene bizantine a Skopje (non casualmente, visto che parliamo di un Macedone) ma finisce coinvolto in un sequestro e in una caccia al tesoro che tocca i miti di Venezia. Di più non si può dire sull’intreccio perché si farebbe un torto all’autore, riducendo a poco la complessità, e uno anche al lettore, spoilerando il contenuto.
Venezia più che sullo sfondo diventa co-protagonista dell’intreccio. Prima di tutto perché si tocca una secolare tradizione alchemica, ben documentata e ricca di connessioni con la storia della città. In secondo luogo, Venezia è indicata come “un enigma di pietra e di riflessi” e il romanzo gioca molto su questa doppiezza del carattere della città. Basta pensare al simbolo della città, il Leone alato, che in realtà è una chimera e non un felino, così come il seggio del patriarca è fatto da steli funerarie islamiche.

Tiene a precisare l’autore: “C’è studio dietro la scrittura, i riferimenti storici sono precisi, non inventati. Così il racconto finisce per essere prodotto dal corpo della città. Tutto a Venezia ha il suo doppio, per effetto di una stratificazione storica che dura da due millenni. Io ho aggiunto un elemento fantasy, il concetto di mondi paralleli attraverso un personaggio. Non solo. Ogni personaggio ha un livello di bene e male al suo interno. Fino a utilizzare il mutaforme, che è una figura mitologica, folkloristica e narrativa in grado di alterare il proprio aspetto fisico, assumendo sembianze umane, animali o, talvolta, inanimate e interagisce nella trama”.
Prosegue de Concini: “Ho cercato di mettere insieme diverse possibilità di lettura, da chi vuole leggere il romanzo in spiaggia a chi, invece, vuole recuperare la tradizione alchemica della città, finora mai scritta”.

L’autore ha lavorato al libro, che è una sorta di “Nome della rosa”, quattro anni. Oltre alla presentazione di Vicenza è in programma una presentazione a Padova il 31 marzo a palazzo Moroni.
La passione per Venezia in de Concini risale agli anni Ottanta, quando tra il 1987 e il 1992 ha vissuto a Venezia, città in cui, appunto, ha aperto Il cardo editore con Enrico Basaglia, figlio di Franco, nel settore storico filosofico. Amico di Alberto Ongaro e di Piero Sanavio, la casa editrice di de Concini pubblicò anche la rivista Il paradosso, diretta da Massimo Cacciari.