
C’è una sola reazione, un solo commento possibile a proposito della splendida mostra di Guido Harari aperta in Basilica sino al 27 luglio. Ed è citare Leonardo da Vinci, quando affermava: “Le immagini non sono figlie della realtà, ma sono figlie dell’uomo. Casomai sono nipoti della realtà. E sono parenti di Dio”. Non è esagerato. Nei suoi ritratti c’è “il mondo di Harari” come lo chiama lui. Le sue immagini superano la realtà e vi aggiungono significato, come deve fare ogni bravo fotografo. E poi c’è qualcosa di più. L’incontro con l’Altro è sempre mediazione e meditazione (prima di ogni foto parla a lungo con la persona ritratta) ma si coglie anche la ricerca di un valore profondo che è la risultante di questo dialogo. L’obiettivo, se non Dio, perché non siamo all’altezza di Leonardo, è la ricerca giocosa di un senso della vita: l’immagine finale diventa spesso inaspettata, un arricchimento per chi guarda le foto, perché scopre una realtà aumentata, per dirla con il linguaggio d’oggi, ma anche per gli stessi protagonisti degli scatti che, si capisce benissimo, si sono divertiti a farsi riprendere secondo le indicazioni dell’artista. Del resto, come spiegava Ansel Adams, un perfezionista del mestiere, “una foto non si scatta, si crea”.

Sono 300 le foto esposte di Harari, 73 anni, persona amabile come tutti i veri grandi, che ripercorrono una carriera lunga cinquant’anni: lui è uno dei maestri riconosciuti a livello internazionale, specie dei ritratti. La mostra vicentina, per la ricchezza di materiali e l’organizzazione, è un unicum, anche se sul filone l’autore ha organizzato altre sue personali. Bisogna anche sottolineare che l’allestimento, opera degli architetti Giorgio e Giulio Simioni, dialoga con equilibrio e leggerezza con la Basilica. Del resto, se si rispettano le sue coordinate, la Basilica amplia e moltiplica i significati di una mostra, rendendola unica.

Il resto, scusate se è poco, lo fa l’intuizione di Harari. Domanda: come si entra davvero in relazione con un soggetto? Harari sceglie il gioco. Che non è leggerezza superficiale, bensì strategia: vale a dire creare le condizioni perché l’altro possa smettere di recitare se stesso. “L’idea è di coinvolgere i soggetti in un gioco, di non prendersi sul serio, e di calarsi invece in una dimensione in cui poter scoprire e rivelare qualcosa di inedito di sé“, spiega. C’è poi l’attrazione per il volto. Per lo sguardo, prima di tutto. Harari non ha mai nascosto di essere poco interessato al contesto in senso descrittivo: è il viso, semmai, a diventare paesaggio. “Ci sono fisionomie che rompono gli schemi”, osserva, “e da sempre ne sono attratto”.

Lui li rompe gli schemi, altro che. Almeno i rituali ingessati. Con mano delicata e ironia, senza rumore. Ha la capacità di rendere a colori nella nostra mente una foto che ha scattato in bianco e nero. Nella mostra – assolutamente da non perdere – ci sono moltissimi personaggi dello spettacolo, dal rock al jazz, ma anche scrittori come Alessandro Baricco, architetti come Renzo Piano, scienziati come Rita Levi Montalcini, il grande amico Fabrizio De Andrè (per cui ha pubblicato quattro libri) e poi un’immagine straordinaria di Lucio Dalla in piazza Magiore a Bologna, Margherita Hack, Roberto Baggio (uno dei ritratti più belli, preso solo di codino e non di viso), Dario Fo e Franca Rame, fino a Greta Thunberg, Zygmunt Bauman, Allen Ginsberg, José Saramago. Ma la lista, appunto, può continuare all’infinito.

La rassegna è un’intuizione di Ilaria Fantin, assessore alla Cultura, come le ha riconosciuto pubblicamente il sindaco Possamai alla presentazione, anche se poi entrambi si sono dati ugualmente da fare per organizzarla (un anno di lavoro degli uffici) e soprattutto per trovare i finanziamenti. All’incontro con i giornalisti assieme all’autore era presente anche Shel Shapiro, primo mentore di Harari, indimenticabile leader dei Rokes che nel 1966 cantavano “Ma che colpa abbiamo noi”, colonna sonora del Sessantotto italiano.
A proposito di anni Sessanta, la prima sala, tutta colorata con manifesti, copertine di dischi, poster da tutto il mondo di quel decennio swinging, vale da sola la visione della mostra. Al netto dell’umidità degli occhi per i ricordi di quegli anni: chi li ha vissuti adesso ha i capelli bianchi. Quando ci sono ancora.