Torniamo al 1582, era appena morto Palladio, quando la riforma di papa Gregorio XIII abolì d’incanto dieci giorni che furono cancellati dall’oggi al domani dal calendario. Sta succedendo lo stesso oggi con le guerre. Rischiamo seriamente di perdere un mese di stipendio, come se l’anno avesse 11 mesi di entrate e non dodici.

Lo spiega, con abbondanza di dati e incrollabile scientificità, l’ufficio studi della Cisl, che ha elaborato un lavoro preciso. Inflazione, prezzi schizzati in alto e costi impazziti stanno mangiandosi pesantemente le finanze delle famiglie. E naturalmente delle imprese.
L’ufficio studi Cisl, formato da Stefano Dal Parà Caputo e Francesco Peron, ha presentato dai inequivocabili, elaborati incrociando gli scenari sull’andamento dell’inflazione elaborati dal World Economic Forum, Banca d’Italia e Confindustria con le voci di spesa medie delle famiglie vicentine.
Gli scenari possibili sono tre.

Primo. Se la guerra in Iran terminasse immediatamente, ipotesi che ha la stessa probabilità di vedere il Sole girare attorno alla Terra e di far resuscitare Galileo schiumando rabbia, l’inflazione registrata in provincia di Vicenza su base annua sarebbe comunque pari a +2,8%, con una conseguente spesa maggiore per famiglia di circa 480 euro.
Secondo. Se invece la guerra dovesse protrarsi anche solo per altri tre mesi, l’inflazione nel Vicentino arriverebbe al 4,2%, con una spesa aggiuntiva non preventivata di 960 euro per ogni famiglia vicentina.
Terzo. Se la guerra proseguirà fino a fine anno, l’inflazione schizzerà al 6.2%: i costi aggiuntivi per ogni famiglia vicentina saranno pari in media a 1.650 euro. Considerando che il reddito medio da lavoro dipendente nel Vicentino nel 2025 è stato pari a 29.039 euro, equivalenti ad uno stipendio netto di circa 1.520 euro su 13 mensilità, significa che la guerra potrebbe costare a ogni famiglia vicentina oltre una mensilità netta.
Leggendo questi dati va tenuto presente che la percentuale d’inflazione indicata non tiene conto di quella che era già ipotizzata “normalmente” quest’anno e prevista nell’1.4%: a questi dati inflattivi della ricerca, in altre parole, va aggiunto un 1.4% che fa lievitare il dato vero che pesa sulle famiglie al 4.2% nella prima ipotesi, al 5.6% nella seconda e al 7.6% nella terza ipotesi. Si tratta di cifre che fanno ricordare i mai rimpianti anni Settanta, quando l’inflazione arrivò a toccare le due cifre e furono inventati anche i mini-assegni per la penuria di moneta.