Quando Cleto Munari sferzava perché chiedeva una Vicenza più vivace

Nato nel 1932 a Gorizia arrivò a Vicenza nel 1936 dopo Zagabria e Lubjiana. Ricorda una città piena di vita che durava fino alle due del mattino. Ricorda anche l’abbattimento dell’arco del Revese nel 1938. Questa intervista è apparsa nel mio libro “Memorabili vicentini”, edito nel 2024: 50 personaggi ritratti o intervistati da me

È morto Cleto Munari, grande designer e innovatore del settore. Ha disegnato decine di migliaia di oggetti che sono esposti in oltre cento musei. Aveva 95 anni. In quesa intervista, che ho realizzato a dicembre 2022, aveva raccontato la sua vita. Lo hanno ricordato con parole sentite sia il sindaco Possamai sia il presidente della Provincia, Nardin. Nel 2024 fu insignito dal Comune della medaglia d’oro di cittadino benemerito.

Ha disegnato le scarpe di Rudolf Nureyev, prodotto il vino per Josè Saramago, ha fatto eseguire ad Andy Warhol un ritratto di Carlo Scarpa, suo grande amico e mentore. Si definisce “un mestierante che si interessa di design”. Ma questo “mestierante” ha lavorato con Ettore Sottsass, ha frequentato Oscar Niemayer e Frank O. Ghery. Il quasi omonimo Bruno Munari gli ha dedicato un quadro che è appeso nell’ingresso dello studio, summa & puzzle della sua vita, fitta di incontri, foto, diecimila idee, o forse centomila, compresi gli occhiali che Spike Lee ha acquistato a New York.

La Porsche trasformata a colori da Cleto Munari

Cleto Munari ha attraversato quattro generazioni, vive a Vicenza da 86 anni, dopo che dalla natia Gorizia è passato per Lubiana e Zagabria. Ha toccato nella sua vita 80 Paesi e a 92 anni ha una vivacità e lucidità invidiabili. Ha appena finito di progettare un monumento alto sei metri destinato a Castel di Sangro, in Abruzzo: un arco poggiato su tre libri con la freccia verso il cielo perché spara in alto la cultura. E allora la domanda d’attualità è obbligata.

Cosa pensa del monumento in viale Roma?

Una schifezza. Chi l’ha scelto non sa giudicare. Una città deve capitalizzare in cultura. Potevano chiedere di realizzare un’opera a Giuseppe Penone, per esempio. Sicuramente sarebbe costato. Ma non si deve avere paura. Bisogna lasciare un segno ai posteri.

Magari l’arte contemporanea spaventa

Palladio ha fatto cose folli per i suoi tempi.

Lei ha visto un altro viale Roma, immagino.

Certo, con il vero caffè Moresco e l’arco del Revese buttato giù nel 1938 quando arrivò Mussolini.

È vero che le pietre furono sepolte in Campo Marzo?
Di sicuro le misero dietro il Moresco: saltandoci sopra e passando dall’una all’altra caddi e mi ruppi un dente.

L’abbattimento dell’arco del Revese in viale Roma nel 1938. Cleto ricordava benissimo l’episodio: aveva 6 anni. Giocò perfino da bambino con i massi tolti dal monumento e messi in Campo Marzo, vicino a casa sua

Un confronto con l’attuale Campo Marzo?
È semplicemente morto.

Lei che s’intende di bellezza, come giudica la Vicenza di oggi?

Non so, abito a Brendola… Però ho visto di recente Treviso alle dieci di sera: era piena di gente, negozi con vetrine che sembravano New York. A quell’ora a Vicenza in corso Palladio non c’è nessuno. Sembrano i giorni del covid. È una città morta.

Come si può vivacizzare il centro?

Magari con manifestazioni, spettacoli, musica… A trent’anni noi stavamo fuori fino alle due di mattina.

Altri tempi. Ma Vicenza è sempre una bella città, o no?

Come tutto il Vicentino, ricco di ville e palazzi.

E la nuova architettura?

Non esiste. Le periferie meriterebbero una piccola bomba atomica per farle scomparire.

Drastico.

Assessori e politici vari devono avere cultura e il coraggio di capire il cambiamento.

Magari dipende anche dai committenti privati

L’ignoranza del committente è determinante. A Venezia ci volle Adriano Olivetti per far realizzare il suo negozio a Scarpa, che aveva la forza di fare quello che voleva lui.

Ma a Vicenza Scarpa non ha realizzato quasi nulla

Ricordo che proposi alla Banca Popolare di affidargli un lavoro. Mi risposero: per l’amor di Dio, no.

Cleto Munari assieme a Carlo Scarpa, suo mentore e maestro, e ad Ettore Sottsass

Lei ha conosciuto bene Ettore Sottsass. Com’era?

Mi faceva disegnare i gioielli per Fernanda Pivano che, detto fra noi, al tempo non era bellissima. Sottsass è stato un’occasione sprecata per l’architettura: era avanti di vent’anni. Ed era sempre senza soldi.

Lei ha fatto i soldi?

No, ho fatto molta poesia. Quando una rivista americana mi mise in copertina, mia moglie commentò: pensa meno ai giornali e più ai quattrini.

Come giudica il lavoro degli architetti?

Prendiamo Renzo Piano: fa grattacieli, ma più che belli sono tecnologici. C’è molta ingegneria e poca architettura. Al confronto, il palazzo dell’Eur a Roma resta un capolavoro.

Ci sarà pure qualcuno che lei apprezza fra i contemporanei.

Il padovano Michele De Lucchi. Lui sì.

Ma l’università prepara a sufficienza?

C’è molto appiattimento. Nelle nuove generazioni non vedo geni come Frank Lloyd Wright, Carlo Scarpa, Alvar Aalto, Philippe Starck.

Cleto Munari in una foto di Andrea Lomazzi

Perché accade?

Perché i Pelè o i Maradona nascono raramente. Ma anche l’architettura deve cambiare e l’università deve avere professori all’altezza di insegnare.

Era più bella la Vicenza di un tempo?

Forse più raccolta. La città finiva a San Lazzaro, non c’era periferia.

Come creare bellezza a Vicenza senza ricorrere alle bombe per eliminare tutto?

Mah, bisognerebbe reinventarla, la periferia. Magari dare una botta di colore per levare la tristezza.

C’è un segreto per diventare Cleto Munari?

Nessuno. Ho iniziato piuttosto tardi, a 40-45 anni. Scarpa mi spiegò: tu sei di un’ignoranza incredibile, prendi la valigia e comincia a girare.

E lei l’ha ascoltato.

Certamente.

Come conobbe Warhol?

La copertina assieme alla quarta di copertina del mio libro “Memorabili vicentini” edito nel 2024. Sono 50 profili e/o interviste ad altrettanti personaggi vicentini, tra cui Cleto Munari

Una sera a cena. Era uno che a metà degli anni Sessanta faceva il vetrinista.

Intanto lei a Vicenza aveva conosciuto una generazione importante, quella degli anni Venti.

Anche più vecchi, come Neri Pozza che era del 1912.

Che ricordo ha di lui?

Estroverso, ma anche terribilmente tirchio. Al falegname che gli chiedeva mille lire per una sedia, gli rispose: fammela a tre gambe che ti dò settecento lire. Non è che sua moglie, Lea Quaretti, fosse più generosa…

Dice?

Invece di pagare i camerieri dava loro dei libri in inglese e tedesco. E loro, naturalmente, protestavano: se almeno fossero in italiano…

Di quella generazione avrà conosciuto anche Goffredo Parise, che aveva un anno più di lei

Come no! Abitava davanti a casa mia. Sempre rabbuiato. Eravamo giovani, organizzavamo le feste con grammofono e vermouth. Partecipava anche Fernando Bandini. Ma Goffredo era chiuso, non ci sapeva fare con le ragazze. E noi gli lasciavamo quelle poco attraenti.

Antonio Di Lorenzo

(dicembre 2022)

Ps: chi desidera avere il libro mi contatti alla mail tonidilo57@gmail.com