Luce, forma, spazio, architettura: in mostra cinquant’anni di ricerca di Pavin

Curata da Steve Bisson, un nume della fotografia, fino all’8 novembre aperta a palazzo Thiene “Partiture visive” la rassegna del grande fotografo vicentino che riassume cinquanta e passa anni di lavoro a esplorare le strutture in rapporto con la luce. Un risultato che lascia stupiti
Luce, forma, spazio, arte: ecco una delle 70 immagini di Pavin esposte a palazzo Thiene. E’ palazzo Grassi.

Quando sotto i portici di corso Palladio esistevano gli espositori di varie realtà vicentine, ce n’era uno diverso da tutti. Erano le fotografie dei matrimoni o di ritratti di vicentini firmate da Attilio Pavin: erano foto differenti da tutte le altre. C’era una mano, un’atmosfera, un ingrediente segreto che le distingueva. Una luce, ecco il punto. Moltissimi vicentini lo conoscono per questa sua attività, ambita da tanti, per cui bisognava inserirsi in una lunga lista d’attesa. Spiega Attilio a Michele Smargiassi: “Il lavoro creativo lo svolgevo di notte, e di giorno quello per vivere, ritratti, matrimoni, ma io davo quello che io mi sentivo. Non ho mai dato su richiesta. Io davo delle sensazioni nei ritratti, nei matrimoni. E se adesso le persone di cui ho fatto il matrimonio quarant’anni fa dicono che sono ancora valide, sai perché? Perché non c’è la realtà, c’è la sensazione”. Vuol dire: c’è un’anima. E ritrarre l’anima delle persone è prerogativa superiore.

Pavin nasce elettrotecnico. Poi conosce Luciana, liceo artistico alle spalle. Si sposano. Hanno un figlio. Decidono di dedicarsi a tempo pieno alla fotografia. Due persone, ma una sola visione. Viaggiano in camper attraverso l’Europa a visitare musei. E sempre assieme affrontano la vita.

Sfumature di bianco in molteplici gradazioni: uno dei temi della ricerca di Pavin

Ma il lavoro del maestro, come detto, non si limita alle nozze e ai ritratti. Dagli anni Settanta, poco più che ventenne, la sua ricerca ha spaziato in ben altri territori. E la sua storia ha toccato differenti realtà: la sua prima foto è stata scattata al Treno del sole degli immigrati nel 1965, periodo storico dell’Italia. Nel 1990 ha toccato un’altra svolta della Storia, ed è andato a fotografare il Muro di Berlino appena crollato. Momento e libro indimenticabili. In questa mostra sono testimoniati altri viaggi: da Arles a Roma, da Vicenza a Venezia.

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La ricerca, come fosse uno scienziato, e davvero lo è per la profondità dello sguardo e la cura quasi maniacale che mette nel lavoro, ha esplorato i temi della forma, dello spazio, della luce e del bianco, che rappresentano il nucleo della fascinazione per un artista e per il pubblico. Antonio Canova era identico a lui, perché il bianco – cioé la luce – ha in sè una valenza infinita. C’è sempre qualcosa che può andare oltre, senza arrivare alla fine.

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“Ho cominciato proprio prendendo un filo d’erba messo su un foglio di carta – spiega a Smargiassi – ho cominciato a lavorare sulle foto a contatto perché a un certo punto avevo bisogno di conoscere lo spazio, conoscere i pesi della visione, conoscere le superfici”. Non pure astrazioni, tutto è riconoscibile, una violetta, un filo d’erba, ma tutto è in funzione dello spazio che la cosa crea attorno a sé, ed entra in scena quando ha la forza di esistere in quello spazio”.

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I cinquant’anni di ricerca sulla luce, le forme, l’architettura e lo spazio di Pavin si sono trasformati in una mostra aperta dal 20 settembre all’8 novembre a palazzo Thiene, intitolata “Partiture visive“, curata da Steve Bisson, direttore del dipartimento di fotografia del Paris College of art. Una garanzia. Il catalogo è edito da Antiga, con la direzione editoriale di Andrea Simionato e il progetto grafico di Andrea Filippin. Contiene uno straordinario saggio di Michele Smargiassi, giornalista di Repubblica e studioso di fotografia, che indaga su questi sessant’anni di ricerca di Pavin e dal quale appunto ho preso alcune frasi.

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La mostra è stata presentata dall’assessora alla Cultura, Ilaria Fantin, dallo stesso Simionato e dal consigliere comunale Stefano Dal Pra Caputo: entrambi hanno seguito l’evolversi del progetto sin dal primo vagito, talmente impegnativo che a un certo punto, l’ha confessato proprio Pavin, è stato sul punto di lasciare. Il gruppo l’ha convinto ad andare avanti. E fra i sostenitori va citata Enrica Volpi, architetta, già docente di arte al Lioy, che ha curato il progetto dell’allestimento, che è stato realizzato da Manaly. Molti gli sponsor dell’iniziativa, tra cui Magis.

Sono state distillate, come ha definito Simionato il lavoro, settanta foto in un mare di 1300 scatti. Meglio non perdere l’occasione di vistare questa mostra. I vicentini capiranno che hanno un genio come concittadino.