In 25 anni in Bolivia ha fatto studiare e diplomare 250 ragazze povere. Il loro riscatto è Anna Maria

Vicentina, 82 anni, Anna Maria Bertoldo è una santa Dorotea dei nostri giorni. Ha compiuto un miracolo in Bolivia dove ha vissuto 28 anni dopo la pensione. Ha creato un istituto che si prende cura e fa studiare le ragazze povere. Una trentina di loro s’è anche laureata.
Le ragazze in classe nella “Casa estudiantil Pietro Moretto” a Colomi in Bolivia, creata e seguita per 25 anni da Anna Maria Bertoldo, vicentina

Nella “Casa” che ha fondato in 25 anni ha fatto crescere e studiare 250 ragazze che hanno raggiunto il diploma, una trentina di loro perfino la laurea. Non è poco in Bolivia. L’alternativa per loro sarebbe stata la povertà, il lavoro nei campi, sposarsi adolescenti e restare incinte a catena, rimanendo senza istruzione, ovviamente, e magari dormendo sulla terra del pavimento. Lei non è una suora, nè una missionaria laica in senso stretto. “Volevo dare un senso alla pensione”, spiega semplicemente. C’è riuscita. Anna Maria Bertoldo è una signora di 82 anni, elegante, minuta e con molto stile, con un passato professionale di segretaria nella scuola, poi sindacalista della Cisl.

Anna Maria Bertoldo nella sua abitazione a Vicenza. Ha 82 anni e ha vissuto in Bolivia gli ultimi 28, dopo essere andata in pensione. E’ stata anche sindacalista della Cisl

Dopo la pensione, ha voluto cambiare vita. Ha vissuto gli ultimi 28 anni andando avanti e indietro tra Vicenza e la Bolivia, 25 dei quali a Colomi, a 3.400 metri d’altezza, soccorrendo le giovani, che sono l’autentica emergenza del Paese. A Colomi, che si trova nella diocesi di Cochabamba, a 2.750 chilometri da Bogotà, ha fondato la “Casa estudiantil Pietro Moretto” battezzandola con il nome di una persona che ha lasciato loro l’eredità, 250 milioni.

La facciata della “Casa” realizzata in Bolivia e intitolata a Pietro Moretto che ha contribuito finanziariamente alla sua fondazione

La casa, come la chiama, è accogliente e bella, perché – spiega – anche i poveri hanno diritto alla bellezza. Le condizioni di vita non sono semplici: vivere a 3.400 metri sarebbe come per noi vivere in cima all’Adamello, roba da alpini, e giusto in guerra. Si capisce perché, a 82 anni, i medici le abbiano consigliato di passare la mano. Lei ammette che le ultime volte s’è affaticata molto: già il viaggio è di 11 ore solo d’aereo.

Perché ha deciso di impegnarsi in Bolivia?

Perché mi sono chiesta: che cosa faccio in pensione, vado a fare la sioreta che va tutte le mattine a prendere il caffè con le amiche? Non sono il tipo. Ho riflettuto su molte ragioni che, messe insieme, mi hanno fatto decidere che dovevo mettere a disposizione del prossimo gli anni validi che mi restavano, anche se non sapevo quanti fossero.

Ma non poteva restare in Italia? Ci sono anche qui molte occasioni di impegno e servizio

Rimanere in Italia voleva dire in qualche maniera lasciarsi risucchiare dal sindacato un’altra volta, perché il sindacato è un po’ come la politica, ti lasci affascinare ma allo stesso tempo gli amici non ti mollano. Io evidentemente volevo proprio cambiare. Un amico in particolare, che conosceva la Bolivia, mi suggerì: perché non vai in Bolivia, abbiamo anche un amico bergamasco che conosciamo e appoggiamo.

E lei?

Gli ho risposto che in Bolivia non ci volevo andare perché era un Paese troppo povero. C’ero andata da turista, perché nella mia vita ho viaggiato moltissimo, fino a che non mi sono incastrata in Bolivia e avevo visto un Paese di una povertà incredibile.

Cosa l’ha fatta convincere del contrario?

Credo che tutte le vite siano in qualche maniera guidate, nel mio caso guidate dalla Provvidenza, perché sono credente. Quindi parto dal presupposto che da credente mi sono sentita in qualche modo chiamata. L’aver detto “questa cosa non la faccio” è come tutte le volte che mi ripetevo, quando ero a Colomi, “è troppo faticoso, non ho i soldi, chiudo”.

Una delle camere della “Casa”. All’inizio anche i letti erano una sorpresa per le ragazze che non li conoscevano perché erano abituate a dormire sul pavimento

E poi non chiudeva e restava lì. Però la tentazione di mollare l’ha avuta parecchie volte

Moltissime volte.

Era la fede che barcollava o le difficoltà che la sfiancavano?

No, erano le difficoltà e la mia pochezza. In fondo ero partita da sola, avevo accettato di realizzare questo progetto che mi ha chiesto monsignor Tito, il vescovo di Cochabamba. Lui mi avvertì quella volta: non ho soldi da darti e io risposi monsignore, nemmeno io ho soldi e lui concluse: allora cominciamo. Siamo partiti da questo presupposto.

E i soldi li avete sempre trovati poi?

Qualcuno ci definì al tempo degli irresponsabili. Un po’ incoscienti lo siamo stati. Ma ogni volta che ho detto in questi 25 anni “ragazzi chiudiamo, non ci sono soldi”, i quattrini in qualche modo arrivavano. All’inizio non ne avevamo per costruire la casa, per pagare gli insegnanti, per tirare su le ragazze…

È sempre la Provvidenza che ci mette del suo?

Certo, sono dei segni. Sto per fare la telefonata decisiva per abbandonare tutto e arrivano i 250 milioni di Moretto. Sto per mollare un’altra volta e arrivano 310 milioni del Vaticano dall’8 per mille. Ho molti amici che si danno da fare, dalla Cisl alla parrocchia dei Servi qui a Vicenza. Sono segni.

Era da sola quando ha iniziato?

Sì. Poi abbiamo cominciato con le prime ragazze, erano dieci – dodici: così ho trovato delle educatrici. Avevamo una casetta provvisoria.

Com’erano queste ragazze? Stiamo parlando degli anni Duemila, non della preistoria

Sembra a lei. Loro non avevano proprio niente, non avevano neanche da cambiarsi, le trovavamo che dormivano per terra perché non erano abituate a dormire nei letti, non sapevano tirare l’acqua del bagno, arrivavano con i pidocchi, era proprio una cosa pietosa vederle. Però queste ragazze avevano voglia di riscattarsi. È stato faticoso perché comunque le prime non erano abituate agli orari, alle regole. La loro vita era il campo: si svegliavano per andare a curare gli animali.

Chi l’ha aiutata?

Mi è stata indicata una signora boliviana che aveva frequentato l’Internado come lo chiamano: poi è diventata direttrice, e lo è tuttora. È venuta parecchie volte da me a Vicenza, una donna straordinaria, laureata in scienze dell’educazione.

Cos’è il vostro istituto, una scuola?

No, è una casa che accoglie ragazze, soprattutto all’inizio, e che impartisce lezioni per prepararle a entrare nella scuola pubblica, perché quando arrivavano dal campo… Alla scuola pubblica di Colomi, quando abbiamo mandato le nostre prime ragazzine non le volevano perché, dicevano, abbassavano il livello dell’istituto.

Un’immagine dell’impegno delle ragazze alla casa di Anna Maria Bertoldo in Bolivia. Le ragazze dovevano spesso imparare anche lo spegnolo perché parlavano il Quechua, la lingua india

E come è cambiato l’atteggiamento?

Grazie anche a Neysa, che purtroppo è morta qualche mese fa, con grande dolore nostro. Lei è risultata la migliore di tutte, la migliore dell’istituto in cui l’abbiamo inviata. Ci ha riscattato. Queste ragazze le abbiamo talmente preparate, talmente seguite, che lei è diventata la migliore della scuola che ha frequentato. E che loro, naturalmente, non volevano accettare.

Cosa insegnate a queste ragazze?

Di tutto. Matematica, fisica, ma anche a dialogare. Vede, loro arrivano che parlano il Quechua, che è la lingua locale, e non conoscono il castigliano, quindi bisognava darle anche le lezioni di castigliano, cioè di spagnolo, perché se no… La preoccupazione nostra era che, primo, non ce le buttassero fuori, secondo, che le ragazze non si mortificassero, perché magari andavano, vedevano che non riuscivano a capire bene, perché non conoscevano la lingua, e questo era il modo per cui i campesinos erano tagliati fuori dalla formazione, a parte la distanza dagli istituti, altro guaio perché sono giornate di strada da percorrere.

Quante ragazze si sono diplomate grazie a voi?

I primi corsi propedeutici erano di quattro anni, adesso siamo passati a sei. Direi 210 diplomate e una trentina laureate. Poi ci sono tante regazze che sono diventate insegnanti, altre che hanno svolto professioni diverse.

Il vostro lavoro è sostenuto, riconosciuto in Bolivia?

In Bolivia siamo riconosciuti come opera dell’arcivescovado: tenendo conto che il nostro bilancio è di 100-120 mila dollari, un tempo ci sostenevano con 17-18mila dollari, non poco. Adesso hanno diminuito perché sono alla miseria.

E l’Italia?

C’è un’associazione di promozione sociale, www.colomitalia.org che può ricevere fondi dal cinque per mille. Noi abbiamo sostenitori da Bolzano a Taranto. All’inizio sono stata anche in televisione, a Rai 1, a una di quelle trasmissioni della mattina, e  anche al ministero degli Esteri. Ma alla fine posso contare soprattutto sugli amici. Il papa non credo sappia niente di noi, anche perché siamo una piccola realtà rispetto a molte altre. Però il nostro amico don Alessio Graziani, che è venuto due volte in Bolivia, ci ha portato dal vescovo Giuliano Brugnotto: è bravo, questo vescovo. Ci ha accolto in modo affabile. E poi ama l’umorismo, perché a me ogni tanto vengono fuori delle battute. Lui ha riso.

Umberto Eco ha scritto un capolavoro sull’umorismo che era vietato nel Medioevo e da Aristotele

Provi a leggere il libro di Javier Cercas, Il folle di Dio alla fine del mondo, scritto per domandare al papa se esiste la resurrezione, la vita dopo la morte. Viene fuori il grande senso dell’umorismo di papa Bergoglio. Lui sosteneva che il senso dell’umorismo è la cosa più vicina alla grazia di Dio. E infatti in spagnolo la persona spiritosa si dice graciosa.

Alle ragazze di Colomi è insegnata anche la musica. Arrivano nella “Casa” per prepararsi alle superiori e a raggiungere un diploma. Qualcuna riesce anche a laurearsi

Ma la comunità come reagisce nei vostri confronti?

C’è stato un profondo cambiamento nella parte maschile. Adesso la comunità considera come propria la casa, guai a toccare le loro figlie. Ma abbiamo dovuto lottare perché soprattutto i genitori maschi non volevano saperne: le ragazze che studiano, ma da quando? Questa è stata la conquista più importante: prima i padri non volevano portarci le figlie e se le venivano a riprendere. Adesso sono loro che vengono a chiederci di iscriverle. Vengono anche da fuori dipartimento di Cochabamba: i genitori si sono passati parola e portano una figlia perché è rimasta sola, magari perché è morta la mamma e te la consegnano perché sanno che è in buone mani.

Le ragazze che rrivano da voi hanno concluso le elementari? E come siete organizzate?

Le elementari sì, ma non è la preparazione sufficiente per entrare in una scuola pubblica. Noi abbiamo la direttrice, Edit Cardenas, e due educatrici che sono sempre lì perché le ragazze rimangono all’istituto 24 ore su 24. Poi abbiamo l’insegnante di matematica, quella di fisica e chimica, quella di musica – questa l’ho chiesta io perché voglio che le ragazze imparino anche la musica – naturalmente c’è l’insegnate di letteratura e quella di lingua, studiano inglese. E la cuoca, presenza fondamentale.

Qual è stata la più bella soddisfazione che ha avuto in questi 25 anni?

Quella di Neysa Romero, la ragazza cresciuta da noi che s’è rivelata la più brava di tutti all’istituto in cui ha poi studiato. Persona sfortunata: s’è ammalata di un tumore fulminante ed è morta giovane. Non avevano soldi per farla curare, erano davvero poveri. Abbiamo dovuto pagare noi anche il funerale e stiamo sostenendo i suoi tre figli.

Le ex ragazze, oggi diventate grandi, parlano di voi, segnalano la vostra attività?

C’è qualcuna di loro, diventata maestra, che ci porta le bambine, quando capiscono che qualcuna di loro ha le possibilità. Una l’ha fatto contro il volere della madre, che poi s’è convinta e ci ha portato tutte le carte. Un’altra mi ha detto: se o non fossi venuta nella casa, ero destinata a vivere al campo, piena di figli, che curo gli animali e invece sto insegnando. Magari la mettevano incinta a 14, 15 anni come succede ancora adesso.

Lei ha lavorato alla Cisl, avrà conosciuto Bruno Oboe

Eh, Bruno caro, era il mio segretario. Gli abbiamo intitolato una sala nella casa di Colomi.

Antonio Di Lorenzo