Quel caso Dal molin che divise la città è ancora una ferita aperta

Uno spettacolo da “teatro d’impegno civico” di Gian Marco Mancassola che racconta vent’anni dopo gli avvenimenti che portarono alla costruzione della base americana Del Din al posto dell’aeroporto Dal Molin. Preparatissimo, approfondito, molto divulgativo, eloquio brillante e presenza empatica.

Quando è salito sul palco e ha scherzato “Mi sembra di essere Barbero”, ha commesso – del tutto involontariamente – l’unico errore della serata. Perché il magister Alessandro ride molto più di lui, gesticola tanto (specie con la celebre mossa della maniglia del freno d’emergenza del treno tirata in basso, guardate Renato Minutolo che lo imita) e si prepara con molti appunti cui spesso guarda durante le sue lectio. Gian Marco Mancassola, che al parco della Pace ha portato il suo racconto del caso Dal Molin a vent’anni dai fatti, sorride quel tanto che basta quando il momento lo richiede, a causa di una vicenda che ha molti tratti di surrealismo, è misurato nei gesti e ha parlato a braccio un’ora e mezza dando un paio di volte un’occhiata agli appunti sul leggìo, che ha snobbato per impossessarsi del palco, colmo di carrelli e giornali, muovendosi a proprio agio sulle assi di legno guardando ora le slide alle spalle e molto il pubblico. Un vero attore che tra memoria e prossemica sa il fatto suo.

Così l’illustratore Ale Giorgini ha sintetizzato in modo efficace il caso Dal Molin per Mancassola

Quando ho presentato il suo lavoro, ho parlato di teatro di impegno civile, al pari di Marco Paolini e il suo Vajont. Tale s’è dimostrato il suo alla prova dei fatti, un one man show da monolgo teatrale di qualità. Preparatissimo, approfondito ma molto divulgativo, dall’eloquio preciso e brillante, e dalla presenza empatica, Mancassola ha presentato il contesto e le vicende di quel 2006 ricordando il primo articolo uscito su Il Giornale di Vicenza sul caso nel 2003, a firma di Piero Erle. E fino al 2006 ne uscirono una cinquantina sul quotidiano, senza che nessuno si muovesse o che provocassero una reazione. Tant’è vero che gli Usa ritennerono che la nuova base fosse “una pura formalità” come lui ha battezzato l’incontro.

La situazione cambiò quando una manina santa, di cui non ha mai rivelato a quale cervello fosse attaccata, e dubito lo farà mai, gli fece trovarare il dossier Usa da 500 pagine – che era rimbalzato per tutti i ministeri di Roma, cercando inutilmente chi avesse voglia di occuparsene fino ad approdare a Vicenza – con le descrizioni e ricchezza di foto del progetto della nuova base americana al posto del glorioso aeroporto Dal Molin. Ne uscì una pagina, a sua firma, su Il Giornale di Vicenza che spiegò la base palladiana che si voleva costruire con tanto di frontoni e colonne simil rinascimentali. Ma questo progetto aveva incontrato il “no” del resposabile dell’edilizia privata comunale perché confliggeva con il piano regolatore. Mancassola fece così scoppiare il dibattito, la polemica, anzi la guerra a colpi di articoli, pentolate in piazza e di cortei, fino a quello dei centomila del 17 febbraio 2007, con il Nobel Dario Fo in prima fila.

Gian Marco Mancassola, direttore di TvA, sul palco mentre racconta il caso Dal Molin a vent’anni dai fatti. Foto Angelo Tonello

Arricchito dalle testimonianze video dei due sindaci coinvolti, Enrico Hüllweck e Achille Variati, l’incontro ha divorato i minuti senza che nessuno guardasse l’orologio, riportando in vita molti personaggi del tempo: dal movimento No Dal Molin sino a Frank G. Helmick, un generale Usa a tre stelle, tante quante ne aveva Patton durante la WWII per capirci, e anche lo stile non era molto diverso, inviato precipitosamente dall’Iraq a Vicenza per risolvere quella formalità che s’era trasformata in un attacco a sorpresa che neanche Tora Tora Tora a Pearl Harbour. Era diventata un caso internazionale, cui s’interessavano la Bbc e la Cnn.

Il generale a tre stelle Frank G. Helmick, tre stelle come Patton, al quale somigliava anche come stile deciso. Oggi è in pensione, ha 73 anni

Com’è finita lo sappiamo e nello spettacolo, prodotto da Tv A Vicenza e sostenuto dal Comune, spettacolo che mi auguro non resti l’unico ma trovi le opportune repliche, il direttore Mancassola lo ha spiegato. Ha raccontato del via libera del premier Prodi da Bucarest, mascherato da non opposizione e della benedizione del Presidente Napolitano, il quale spiegò che “i trattati si rispettano”. Tanto per far capire che c’erano clausole segrete nel trattato del 1954 tra Italia e Usa sulle basi e andavano digerite. Non ce l’aveva con Vicenza, anzi: Napolitano fu lo stesso che nel novembre 2010 venne qui a benedire gli angeli del fango dopo l’alluvione.

Il merito del caso Dal Molin – e questo gli ex sindaci lo sanno, soprattutto Variati che ne fu protagonista – fu quello di riconquistare per Vicenza quei 63 ettari che giusto l’anno scorso sono diventati fattualmente il “parco della Pace”. Gli americani annunciarono subito che a loro della pista di volo non interessava niente, perché già avevano Aviano, base da cui sono stati lanciati 500 voli per la guerra in corso in Ucraina. Ma nei primi progetti (come ha mostrato Mancassola) la pista era stata risparmiata perché si voleva costruire la base ov’era l’aeroclub. E sarebbe stato un vantaggio per Vicenza. Il commissario Costa, nominato nel 2007 da Prodi a guidare la trattativa, trovò un punto d’incontro: ribaltare la costruzione della base americana, da collocare tutta sul terreno dell’aeroporto, e far guadagnare a Vicenza un parco e una circonvallazione. Il primo s’è visto, la seconda no.

Una foto d’archivio del parco della pace, in particolare delle acque dell’ex pista del Dal Molin e della caserma Del Din

Il racconto, anzi l’interpretazione di Mancassola, non termina con l’inaugurazione della base Del Din: “capolavoro di toponomastica” l’ha definito, ricordando che la base – piuttosto che a un vicentino – sia stata intitolata a un sottotenente bellunese, partigiano bianco. Io l’ho sempre letto come un piccolo dispetto ai vicentini che hanno contestato il nuovo arrivo di truppe americane. Oggi il nome di Tomaso Dal Molin, pilota di Chiampo, senza aeroporto intitolato, è ricordato solo da una via a lato di viale Dal Verme.

Si diceva della tesi conclusiva di Mancassola, con la quale s’è allineato lo stesso sindaco Possamai, che in un intervento di saluto ha parlato della “ferita ancora aperta” a Vicenza per la base. È in atto – spiega Mancassola – una rimozione collettiva di questo problema da parte dei vicentini. Si tratta di una tesi che ha già esposto nel libro Trentaseicento parlando del Dal Molin come uno dei luoghi perduti della città. Insegnava Freud che rimuovere qualcosa, ignorarlo, è il modo meno doloroso per sopravvivere. Ma si paga sempre un prezzo. Questo prezzo nel nostro caso è che la base Usa, compresa la Del Din (che bisogna ammettere non ha dato fastidio a Vicenza in 13 anni di vita) anzi diciamo tutta la comunità americana è “una città nella città”. E farle integrare di più, almeno fino a quando i soldati Usa resteranno qui, sarebbe più utile per tutti. Variati ha sottolineato, saggiamente, che “i soldati Usa se ne andranno, sicuramente, anche se non si sa quando”. E gestire una Del Din vuota, ha aggiunto, sarà un bel problema per i sindaci del futuro. Problema che magari arriverà prima di quanto si creda.